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Il MAnifesto di SMamma


Il motivo per cui è nato questo blog è riassunto nell’articolo qui riportato: sono una mamma, una mamma che lavora, e non mi dò pace.
Non mi dò pace perché essere mamma in Italia oggi è sempre e comunque un lavoro a tempo pieno. Ed è un lavoro che non dà soddisfazioni. E non per i pargoli, beninteso. Ma per uno Stato e un contesto sociale che ti obbligano a dispendere energie enormi in cose banali che, a qualsiasi persona contemporanea e sana di mente, parrebbero scontate. Per non parlare dei soldi, naturalmente.
Se il detto africano recita ci vuole un villaggio per crescere un bambino la verità è che ci sentiamo sole, troppo sole, in questo meraviglioso compito di essere mamme. E se un villaggio reale non esiste, puntiamo al villaggio globale e alla sua – infinita – potenzialità. Perché, anche lì, di cose se ne potrebbero fare e invece ne esistono poche e con uno slancio misurato, nel panorama web italiano ovviamente. E visto che è proprio lì che io lavoro, e da parecchio, non mi dò pace.

Care mamme, c’è poco da festeggiare
di V. Bianchini da Vanity Fair – maggio 2008

Secondo Save the children, nella tutela della maternità l’Italia è al livello del Nepal. Due sociologi spiegano perché. E cosa si potrebbe fare per migliorare le cose

Alla vigilia del centesimo anniversario della Festa della Mamma (11 maggio), per le madri italianè c’è poco da festeggiare. In base all’ultimo rapporto di Save the Children, il nostro Paese è primo, su 146, per la tutela e il benessere dei bambini, e solo diciannovesimo per quello dell madri (tra i parametri: l’uso della contraccezione, la partecipazione alla vita politica e la capacità di avere un reddito), al livello di Botswana e Nepal. “Non c’era bisogno dello studio per sapere che siamo messi male”, dice la sociologa Chiara Saraceno: “Da una parte si vuole combattere il calo demografico, dall’altra non si sostiene la maternità”.

In che cosa stiamo peggio? “Per esempio, i congedi parentali: in Italia sono pochissimi gli uomini che vi ricorrono, sia per le resistenza dei datori di lavoro, sia perché è pagato troppo poco (il 30%). Nei pesi nordici esiste una quota esclusiva riservata al padre pagata al 100%. Senza contare che le precarie, dopo una maternità, spesso si ritrovano senza lavoro”.

Per combattere il calo demografico, aggiunge il sociologo Marzio Barbagli, “la Francia ha introdotto una politica di detrazioni e incentivi per le famiglie. I nostri assegni familiari, invece, sono i più bassi d’Europa”. E sul fronte dell’assistenza non va meglio. “L’Italia ha aderito agli accordi di Barcellona”, continua Saraceno, “in base ai quali entro il 2013 il 30% dei bambini sotto i tre anni dovrebbe poter essere accolto in nidi pubblici, ma oggi siamo fermi all’11%”. Secondo Barbagli, “è anche un problema culturale, perché nel nostro Paese il peso della cura di anziani e bambini ricade sulla famiglia, in particolare sulle madri. L’Italia è l’unico paese europeo in cui, sommando il lavoro di cura e quello retribuito, le donne sono impegnate 8-10 ore in più degli uomini a settimana. Negli altri il tempo è lo stesso”.

Da dove partire, allora, per provare a cambiare le cose? Secondo Saraceno, i datori di lavoro dovrebbero essere più flessibili:”Ottenere, anche per brevi periodi, un part time, un orario più elastico, o avvalersi del telelavoro è impossibile. L’Inghilterra su questi temi è molto più avanti, e nei Paesi scandinai il part time per le madri con figli piccoli è un diritto. Un altro punto sul quale si potrebbe fare molto, a livello locale, è la razionalizzazione degli orari. Oggi, in nome di una mal interpretata autonomia scolastica, ogni scuola fa orari, e perfino vacanze diversi: pensi allo stress delle madri con più figli che tutte le mattine devono correre da una parte all’altra”.