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Mamme 2.0 - Apr 13, 2010

Se non lo sa la Bailey… Ovvero del mommyblogging

Se non lo sa la Bailey… Ovvero del mommyblogging

Questa sera ho avuto il piacere di ascoltare Maria Bailey raccontare il mondo del mommyblogging americano e le evoluzioni che sono già avvenute oltreoceano in occasione di MomMixer, l’evento promosso da Fattore Mamma con il contributo di PegPerego.
Maria ha raccontato la sua storia e il modo in cui si è ritrovata ad essere considerata The Voice on moms and for moms. Ha descritto il suo percorso, cercando di anticipare a nostro beneficio alcuni scenari.

Innanzitutto, a quanto pare, la situazione italiana è paragonabile a quella che si viveva negli USA due-tre anni fa. In questo buco spazio-temporale le mamme americane hanno avuto tempo di far crescere la loro authority grazie a social media come Twitter e Facebook (in pratica, il blog non basta più); di ampliare le tipologie di contenuti offerti grazie a video e podcast; di prendere posizione in merito alla proliferazione di azioni e iniziative promosse dalle aziende; di pretendere compensi economici a fronte di azioni di buzz marketing, più o meno esplicito; di lasciare spazio a papà, figli e nonni blogger; di creare nicchie come quelle dedicate alle MilitaryMoms.

La Bailey ha raccontato anche come ci sia voluto del tempo perché aziende/agenzie/promoter comprendessero la necessità di rivolgersi alle mamme, target cruciale da raggiungere, e soprattutto individuassero le modalità corrette per interagire con le mamme blogger.
E se oggi il valore degli influencer online comincia ad essere recepito, la differenza tra una conversazione online o ai giardini non era così evidente fino a qualche anno fa.

Vi sembrano argomenti lontani dalla nostra realtà? Io non direi. Sicuramente il mommyblogging in America è amplificato, non fosse che per i numeri, ma non mi sembra che la situazione sia così diversa da quella italiana. Per questo, ho voluto porre la fatidica domanda “E’ possibile guadagnare con  il mommyblogging? E’ davvero un business?” e la risposta mi ha confermato che l’America non è così lontana.

Preciso. La mia sarà sembrata una domanda banale ma non nasceva dal desiderio di portare a casa due lire con un blog personale. Per me Internet è da quasi quindici (!) anni un lavoro e di conseguenza sì, io guadagno con Internet.

Lo scenario descritto dalla Bailey si adatta bene anche alla realtà italiana, per quel che vedo.
Da un lato, ci sono mamme contente di ricevere prodotti, gadget, omaggi in cambio di segnalazioni, recensioni, inviti ad eventi. Il loro “guadagno” deriva dalla celebre legge economica di Robin Hood (quello della Disney, ovviamente) “un soldino risparmiato è un soldino guadagnato”. Ci sono mamme che, giunte a un certo livello di autorevolezza, chiedono compensi economici. Ci sono blog che prevedono spazi banner o adv, come questo ad esempio. Altri aderiscono a circuiti da affiliazione e simili, che garantiscono un compenso per i click o gli acquisti che provengono dal blog. Come dice la Bailey, ci sono poi mamme-professioniste, come nel suo caso, che fanno del dialogo tra mamme e aziende un vero e proprio lavoro.

Però neppure Maria Bailey ha saputo dirci se il mommyblogging possa essere un business “per tutte”.
Nemmeno oltreoceano hanno una risposta. Certo, può essere che Maria abbia una risposta e che semplicemente voglia tenerla per sé, azione peraltro legittima visto che ha costruito un impero su questo. O forse, più semplicemente, si tratta di un’impasse globale e sociale.

Globale geograficamente perché, sebbene a livelli di propagazione diversi, le dinamiche sono le medesime in Italia e negli Stati Uniti. Ci sono aziende interessate a promuovere i loro prodotti, ci sono mamme che si incontrano e chiacchierano online come in un parco giochi, ci sono società create da mamme per “veicolare” la conversazione, ci sono agenzie a cui capita un cliente “in target” e si lanciano in esplorazione. Ci sono mamme che accettano e mamme che declinano.

Globale in Rete perché, a ben guardare, i temi sono gli stessi che riguardano le possibilità di guadagnare con un blog tout court, di diventare blogger professionisti, di far diventare un passatempo una fonte di guadagno solida, continua e sufficiente ad affrancarsi dal timbrare un cartellino.

Globale “deontologicamente” perché il dibattito sul confine tra pubblicità e contenuto “puro” nasce nelle redazioni dei giornali prima ancora che online. E se non l’hanno risolto, nella pratica non nella teoria, neppure loro, è improbabile possano farlo un pugno di blogger.

Ma è l’aspetto sociale, credo, a contraddistinguere il discorso per quanto riguarda il mommyblogging. Prendete i food blogger, ad esempio: il dibattito non è così acceso.
Le mamme, invece, sono “responsabili degli acquisti” per la famiglia. Da un punto di vista economico hanno un “potere” ineguagliabile. D’altra parte, le mamme aprono un blog per sfogarsi, raccontarsi, confrontarsi, condividere dubbi, successi e difficoltà; il blog è uno spazio intimo e spesso trovare dopo un tenero racconto un post di prodotto appare spiazzante.

Non voglio fare di un’erba un fascio, ovviamente. Ci sono tante storie per quante mamme ci sono online. Di certo, però, in quanto “responsabili degli acquisti”, le mamme blogger ricevono molte offerte/richieste/proposte di vario tipo e di varia natura, di cui pochissime adeguatamente ricompensate. Ed è qui il punto cruciale. Perché se in tanti sognano di mollare tutto e andarsene via grazie ai guadagni del loro blog, le mamme lo sognano un po’ di più.

E se una mamma cerca di trasformare il suo blog in un business lo fa per un solo motivo: crearsi un’alternativa e, finalmente, riuscire a conciliare un lavoro non sempre entusiasmante e spesso sottopagato (quantomeno rispetto agli uomini) con una famiglia a cui desidererebbe dedicare più tempo.

E’ possibile? La Bailey mi ha detto che questa è la domanda da un milione di dollari. Lei ce l’ha fatta e sicuramente ci sono altri casi, anche in Italia. E’ possibile per tutte? C’è una formula, una ricetta per diventare mompreneur? La Bailey ha nicchiato. Forse dovremmo leggerci i suoi libri, aspettare il prossimo MomMixer o sbirciare quel che accadrà nei prossimi anni nella blogsfera americana.

E se invece fossimo noi a trovare una risposta?

29 Commenti a questo post

  1. itmom Says:

    grazie per questo post. non c’ero al mommixer e almeno ho un resoconto di quello di cui avete parlato. anche io mi aggiorno sempre su ciò che accade online oltreoceano, e sono molto interessata al dibattito. sono sempre molto perplessa su blog e pubblicità, perché qui in italia sembra non si voglia mettere un confine chiaro tra post e marketing, cosa che in un sito con gli spazi banner è più chiaro.

    non credo che la soluzione sia trovare l’astuzia che mascheri meglio la pubblicità, come si cerca di fare da noi ultimamente, ma piuttosto la soluzione sarà la professionalità crescente di chi scrive un blog, professionalità che fa diventare quel blog autorevole e interessante.

    con la velocità con cui nascono ogni giorno nuovi blog, e non solo di mamme, ci sarà inevitabilmente una scrematura data dai lettori grazie ai motori di ricerca. e sarà forse questa la risposta.

  2. Panzallaria Says:

    Bellissima analisi smamma. Io preciso che per quanto mi riguarda (mi permetto in quanto citata) non ho nulla contro chi vuole guadagnare con il suo blog o con campagne mirate ma rimango perplessa quando la pubblicità è mascherata o le campagne di reclutamento delle mamme (spesso contribuenti a gratis) è nobilitata come se l’azienda facesse un favore alle mamme e non viceversa a farle lavorare. Comunque mi spiace essermi persa questa occasione di riflessione, sempre utile per capire il mercato e la società.

  3. Claudia - La Casa Nella Prateria Says:

    Grazie per questo bel resoconto. Il post è molto interessante, e fa venir voglia di approfondire.

  4. Alessia Says:

    Ma che bel resoconto, mi è spiaciuto tantissimo non poter essere presente vista la distanza e mi trovo molto d’accordo sia con ITmom sia con Panzallaria, credo che il punto sia proprio fare della trasparenza e della professionalità della blogger un punto cardine, io ci provo abbinado i post “sponsorizzati” sempre segnalati ai post personali anche sui prodotti con le mie “recensioni di buoni prodotti” completamente reali e scollegate da qualsiasi meccanismo di compenso.

    Da parte delle azinede credo debba arrivare forte la consapevolezza che la pubblicità si paga nel modo giusto e non si cerca di mascherarla da “favore” con regalini e oboli vari.

    Altresì mi piacerebbe molto che fossimo davvero noi a trovare una risposta alla domanda da “un milione di dollari” ;)
    Sicuramente gli strumenti li abbiamo, rimbocchiamoci le maniche…

  5. elisa - mestieredimamma Says:

    Interessantissimo! Peccato non essere potuta venire.
    Concordo pienamente con Itmom: vade retro alla pubblicità mascherata. Molto più serio inserire banner e link pubblicitari, ma con chiarezza e senza farsi prendere in giro dalle aziende.

  6. extramamma Says:

    Bellissimo e approfondito resoconto postato in tempo record: complimenti!
    Sono d’accordo con tutte le altre commentattrici e confermo che l’incontro di ieri sera è stato molto interessante.

  7. Mamma Cattiva Says:

    Chapeau per il resoconto. Completo e obiettovo. Mi ha fatto molto piacere rivederti ieri sera.

    Non mi trovo d’accordo con la maggior parte dei commenti.
    Mary Bailay ha fatto del marketing sulle mamme un impero. Lei stessa ha riconosciuto di subire molti attacchi da persone che neanche la conoscono e di avere diversi nemici. I nemici sono quelli che l’accusano di “sfruttare” le mamme.

    Brillantemente e professionalmente ha colto uno spazio ancora non presidiato e se ne è appropriata facendone un business ma lo ha fatto secondo quelle regole, che nei battibecchi recenti, molte di voi avete additato.

    Mary Bailay non punta il dito su nessuno. Lascia la libertà di scelta e porta le mamme alle aziende e gestisce la loro relazione. Ne conosce ogni trucco e suggerisce alle aziende i modi per evitare ritorni negativi. Dal vostro punto di vista questo dovrebbe intendersi come astuzia, come pubblicità occulta e invece no, improvvisamentente il lavoro di un’americana diventa interessante e stimolante.

    Le aziende sono già consapevoli che la pubblicità si paga e che con il tempo ci saranno quelle che si faranno pagare con i gadget o i prodotti (pur sempre soldi risparmiati) o esperienze, piuttosto che quelle che sapranno farsi pagare cash rispetto a quelle che non ne caveranno un ragno dal buco. Non è già così e da sempre il mondo del lavoro? Lo stiamo solo traslando in un altro territorio.

    Nulla di nuovo sul fronte occidentale.

  8. itmom Says:

    @ mammacattiva. Conosco quello che scrive la Bailey per averla seguita nei suoi libri e online, e non è nel mio modo di essere nemmeno il suo modo di fare marketing.

    Infatti considero il marketing ‘all’americana’ un insieme di astuzie che qui da noi si cerca, molto più goffamente, di riproporre.

    Ma non per questo non devo tenermi informata su quello che accade, se non altro per avere la libertà di dire la mia.

  9. M di MS Says:

    Leggendo i vari commenti trovo che tuttavia rimangano aperte molte questioni e se restano aperte una ragione c’è. E cioè, secondo me, che in questo momento ogni blogger ha la possibilità di scegliere che tipo di rapporto intrattenere con le aziende, se mai desidera intrattenerne uno. Se ai lettori non piace la pubblicità possono decidere di navigare altrove. Si creeranno degli ennesimi gruppi di relazione come già ne esistono, nulla di nuovo.

    Però sono io a farvi una domanda, perchè proprio da sola non ne vengo a capo: secondo voi qual è il modo giusto di pagare la pubblicità? Ne esiste uno solo? Sono i soldi o altro?
    E perchè se io sono una blogger professionale e magari professionista(per citare alcune delle vostre definizioni) mi merito della pubblicità, mentre se sono una mamma blogger non professionista allora mi svendo? O peggio, inganno o sono ingannata da un brand?

    Ve lo chiedo serenamente, perchè leggendo tutti i vari commenti qui e altrove non ho ancora capito qual è la vostra posizione (confusione aumentata dal fatto che anche chi critica le cosiddette astuzie del cosiddetto marketing frequenta con interesse e partecipazione gli eventi markettari in questione).

  10. Claudia - La Casa Nella Prateria Says:

    Personalmente non vedo differenza tra il denaro contante e una fornitura di prodotto che permette di risparmiare. Se la mamma è contenta, l’azienda e contenta e l’iniziativa è chiaramente segnalata, non ci vedo proprio nulla di male.

  11. smamma Says:

    Su una cosa la Bailey aveva senza dubbio ragione: metti insieme delle donne e fioccano scintille ;)
    Io non so come ringraziare ognuna di voi per il suo contributo prezioso e unico. Sarebbe stato bello incontrarvi tutte (@mammacattiva: contenta di averti rivisto anch’io!).

    Leggendo i commenti, tuttavia, mi sembra si stia ricreando un dibattito molto simile a quello nato sull’onda del post di Panzallaria.

    In effetti, si torna a parlare di buzz marketing, delle modalità di coinvolgimento delle mamme, di come le aziende dovrebbero porsi nei confronti delle mamme blogger.

    Io credo che il discorso, almeno per quello che intendevo in questo post, sia più ampio e che non riguardi tanto quello che le aziende vogliono/possono/dovrebbero fare per e con le mamme blogger ma quello che le mamme blogger possono fare per loro stesse, nel momento in cui, sia chiaro, vogliono guadagnare con il loro blog, sia perché
    un’entrata supplementare non fa mai male sia perché magari hanno il bisogno o il desiderio di riorganizzare la propria vita.

    E’ capitato anche a me di essere contattata per campagne buzz assolutamente insensate, sia per audience che per modalità. Ma a nessuna è mai capitato di essere contattata da gruppi editoriali, anche importanti, per collaborare ai loro portali?
    Nessuna si è mai sentita offrire la gestione, non so, di un forum da fare nel “tempo libero”? Non vi hanno mai chiesto così, en passant, di “animare un po’ facebook” già che, ti vediamo, sei sempre lì?

    Quel che voglio dire, insomma, è: se una mamma blogger vuole cambiare vita quali possibilità ha di trasformare questa attività in qualcosa di redditizio? O fai Maria Bailey o niente?

  12. giuliana Says:

    grazie, Smamma, per il tuo report tempestivo e completo.
    anch’io però vorrei soffermarmi un attimo sui commenti. mi sfugge una cosa, quindi chiedo a voi di chiarirmi le idee. MdiMS ha espresso dei dubbi legittimi, e mi viene da dire che il giorno in cui si troverà il modo di remunerare la community in modo equo e tale per cui nessuno si possa lamentare, quello sarà un grande giorno (che, onestamente, non credo arriverà mai).
    c’è ancora una cosa, però. si parla di mascheramenti e di astuzie, e qui mi perdo. in generale, quando un’azienda ingaggia un/una blogger (che qui ci concentriamo sulle mamme, ma la cosa vale per tutti) le condizioni sono molto chiare: ti chiedo questo, io ti do questo. dove sta il mascheramento? dove stanno le astuzie? se le vedo, declino e amici come prima.
    quello che intendo dire è che i modelli sono tanti, ma tutti si basano su un contratto chiaro che regola la relazione azienda/community. se il contratto è zeppo di clausole vessatorie, il singolo si presume possieda gli strumenti per individuarle e, appunto, rifiutarsi. e non mi si venga a parlare di ingenuità: la comunità dei blogger merita di più, e innanzitutto merita stima nelle sue capacità di analisi critica (in fondo, lo dimostra tutti i giorni dalle sue pagine). quindi considero offensivo per tutti i blogger che vengano trattati come creaturine bisognose di protezione, perché da sole non sono in grado di difendersi.
    sono andata lunga, pardon.

  13. piattinicinesi Says:

    questo post mi da’ l’occasione di dire la mia dopo un periodo di riflessione, durante il quale ho avuto modo di leggere,ascoltare e discutere con persone che hanno sull’argomento posizioni diverse o che invece hanno una visione professionale, perché nel marketing ci lavorano. lo spazio del web e dei blogger in generale è il nuovo spazio vergine per la comunicazione, che questa riguardi l’informazione, l’entertainement (uso un termine inglese perché racchiude tutto: musica, tv, ecc…) o anche il marketing. marketing di aziende grandi, di marchi che stentano a farsi spazio in altro modo, nicchie di produzione che stanno trovando nel web nuova linfa (artigianato, design ma anche editoria). in questo contesto i blogger verranno sempre più sollecitati da più fronti, e credo che noi che siamo blogger dobbiamo esserne consapevoli e arrivare un po’ sgamati all’appuntamento, per cui a mio avviso il fatto di partecipare a delle iniziative è positivo perché porta un’esperienza, permette di capire dall’interno come funzionano certe meccaniche. sta a noi poi capire cosa vogliamo o non vogliamo fare, in base alla nostra etica, al nostro modo di essere e alle nostre esigenze. credo infatti che nel web (ma non solo nel web) le cose si possano capire solo facendole, standoci dentro. da questo punto di vista la mia esperienza gratuita di coinvolgimento è stata positiva, perché mi ha permesso di verificare se potevo essere in grado o meno di fare un certo tipo di lavoro, e comunque di capire come usare alcune dinamiche di marketing anche per cose che mi stanno a cuore, come l’editoria o il mio stesso lavoro di free lance, che ho imparato a promuovere usando il web (e non è poco).
    c’è però un grosso problema con la community delle mamme. mentre i foodblogger, i camperisti, le esperte di moda o i viaggiatori sono legati da un interesse in comune, che li identifica, le mamme blogger sono accomunate “solo” dal fatto di avere dei figli, e da una campagna mediatica che ci ha volute riunire in una sola categoria, che molte di noi (me compresa) sentono un po’ riduttiva (mi riferisco ai molti articoli sui giornali ei ai momcamp, organizzati da una agenzia di marketing, non a caso). mi spiego, il fatto di rientrare in una comunità fa bene a tutte, perché offre visibilità, ma non crediamoci troppo, altrimenti poi si finisce per prendere le cose troppo sul serio. di fronte a questa categorizzazione molte si sono volute tirare fuori, perché (giustamente) ritengono di non poter rientrare in una categoria unica, o si sentono distanti anni luce da persone che hanno valori diversi. ma perché farne un dramma? siamo in un mondo liquido, in un contesto, quello del web, che è ancora più liquido e dove possiamo occuparci di tutto senza essere costretti in nessuna categoria. alle polemiche (polemiche e non discussioni) ho deciso di non partecipare, non mi interessa. ho rispetto per il lavoro di tutti, cerco se possibile di sostenere iniziative positive e sono contenta se qualcuno o qualcuna riesce a guadagnare con il proprio blog, perché stare in rete è faticoso, è un lavoro serio e duro dove la trasparenza e l’onestà pagano sempre alla fine. lo dico soprattutto per chi si preoccupa di fare distinzioni tra cosa è buono e cosa è cattivo. l’oggetto è troppo vicino per giudicare con obiettività. potremo farlo solo tra qualche tempo. per ora possiamo solo fare attenzione e decidere con un po’ di intuito e la testa molto aperta in che direzione andare.

  14. M di MS Says:

    @smamma: adesso capisco meglio anche i discorsi che mi hai fatto tempo fa;)
    A me piacerebbe assai che qualche gruppo editoriale importante mi contattasse (parlo per assurdo, ovviamente!) per animare un forum e lo farei rigorosamente pagata. Da questo punto di vista il tuo ragionamento non fa una grinza. Tutto dipende però anche dal tipo di coinvolgimento richiesto.

    Io credo che per una mamma blogger “brava” (e qui bisogna capire cosa si intende, sono varie le sfumature) quello dei lavori di relazione su internet possa essere un valido sbocco professionale flessibile. Poco tempo fa ho postato su FB un link in cui una nota azienda immobiliare cercava esperti di social network per vendere. Non mi sembra proprio una cattiva idea. Se anche altre aziende, per le quali il passaparola e la fiducia tra persona fosse importante, inziassero a ragionare così potrebbero aprirsi diverse opportunità.
    Certamente non si fanno i soldi con i blog (non certo con i nosti blog fatti in casa), ma si può fare marketing di se stessi, se si ha un obiettivo specifico.

  15. Mammafelice Says:

    Io la penso come Claudia: ciascuna deve scegliere ciò che le aggrada senza doversi giustificare, peraltro, con nessuno.

    Non ci vedo nulla di male ad accettare un gadget, se quel gadget ti fa piacere.
    Come lettrice, però, vorrei che tu mi segnalassi con trasparenza che stai scrivendo un post ‘sponsorizzato’, perchè così posso essere felice per te, e soprattutto posso distinguere un’opinione libera da un’opinione in qualche modo guidata.

    Come blogger, io preferisco non accettare queste proposte, perchè MF è a tutti gli effetti il mio lavoro, e come tutti quelli che lavorano in ufficio, a fine mese è meglio essere pagati in soldi e non in pannolini :)

    Io non credo che esistano blogger ingenue, o da salvaguardare. E soprattutto non credo che esistano persone titolate a voler salvare gli altri!

    Per me le esperienze sono sempre positive: certe cose non mi piacciono proprio (nè come vengono proposte, nè come vengono ricompensate), ma nessuno mi ha mai obbligata a fare nulla che io detestassi.

    Credo che in Italia il fenomeno del buzz marketing comunque morirà presto: dopo un ci si stufa di impegnare molte ore di lavoro senza essere retribuiti. Ma è giusto così!
    Chi vorrà farne una professione vera e propria, aprirà P IVA, pagherà le tasse e chiederà denaro.
    Chi vorrà farlo per hobby, sarà comunque ricompensato in altri modi.

    Tanto, alla fine, l’unica cosa che conta è il lavoro duro. Per camparci, bisogna lavorare sodo. E chi lavora sodo, bada al sodo. :)

  16. la meringa Says:

    Deve essere stato interessante potersi togliere la curiosità di fare domande alla persona giusta!
    Mi è sembrato molto preciso l’accento che poni (e che non ho capito bene se effettivamente l’ha posto anche la Bailey) sul gap “culturale” esistente tra America e Italia. Io ho sempre la sensazione, e questo in tutti i campi, che per voler scimmiottare l’America (in ritardo!) perdiamo in qualche modo la nostra specificità. E in questo senso apprezzo molto la conclusione del tuo articolo. Forse siamo proprio noi a dover trovare una strada nuova. E secondo me le premesse ci sono tutte.

  17. Jolanda Says:

    Ciao! Bello questo post! Ho iniziato a farci un commento, ma poi mi ha preso la mano ed ho scritto un tema! Come commento era “sforato”. Quindi l’ho messo come post sul mio blog. Lo trovate la’.
    Ciao! Al prossimo evento e al prossimo spunto di riflessione.

  18. Mamma Imperfetta Says:

    Io avrei tanto da dire ma lo trovo molto ben riassunto da Mammafelice.
    Con la differenza che per me non è un lavoro. Cerco di farlo al meglio perchè credo molto al sostegno della maternità.
    So di farlo bene, di avere una nicchia di utilità sociale e di mutuo aiuto tra donne (che a tratti è anche commovente) e se la Jhonson’s mi chiede di mettere un banner lo metto (quello della Nokia no, per intenderci).
    Altro è tutta quell’accozzaglia di richieste pluriquotidiane di giveaway (che aborro), di publiredazionali, di prodotti in maschera che da me non avranno mai spazio.
    E poi…lasciamoci la libertà e la fiducia nelle intelligenze reciproche. ;-)

  19. smamma Says:

    Non so che dire. Sono lusingata dal fatto che tutte abbiate voluto
    esprimere queste opinioni proprio qui. E apprezzo molto
    la qualità di tutti i vostri contributi. Grazie.

    Comincerò da Piattini: credo anch’io che trasparenza e onestà siano due requisiti cruciali
    che, del resto, tutte hanno sostenuto. Ed è proprio rispetto al fare attenzione
    e decidere con apertura “da che parte andare” che ho trovato “deludente”
    la risposta della Bailey. Se loro sono due-tre anni avanti, come mai
    non ha avuto risposte? Che poi non dico sarebbero state quelle
    che necessariamente avverranno qui però almeno sarebbe stata una visione,
    il racconto di un’evoluzione. Che poi, per carità, magari sarebbe
    bastato più tempo o domande più puntuali, però, ecco, la mia sensazione è stata quella.

    Per rispondere a Meringa, è stata la Bailey ad esordire indicando questo
    gap che però, per quello che ha detto, mi è sembrato più numerico/tecnologico
    che di scenario. Le blogger americane sono più evolute e quindi usano più strumenti,
    dai social media ai podcast, e sono, necessariamente, di più. Credo che, in certo
    qual modo, i riconoscimenti in prodotti siano più sostanziosi (citava un soggiorno
    a Disneyland) ma credo anche che il tutto sia proporzionato alle aziende
    che decidono di investire in questo senso e ai risultati che le mamme americane
    possono offrire (la Bailey vanta 16.000 followers su twitter, insomma noi siamo anni luce).

    Ecco mi sarebbe piaciuto che ci raccontasse un po’ come se la cavano
    quelle che hanno voluto farne una professione, che per carità come dice MammaFelice,
    per camparci bisogna lavorarci duro. Però ecco, per citare l’esempio di MdS:
    ci sarà qualcuna che si è specializzata come social media manager? Ci sarà qualcuna,
    che ne so, che si è aperta una televisione dove dà consigli per i neonati e guadagna
    con i banner/con le sottoscrizioni/con le newsletter?

    Perché il conoscere delle esperienze di successo (che poi il successo si fa presto
    se ti basta “coprire” uno stipendio italiano femminile medio) può aiutare chi è in
    cerca di risposte a trovare la sua.

    Ad esempio. Nonsolomamma, a prescindere dal libro, si è affermata al punto
    di scrivere su D di Repubblica di “mammitudine”. Bellissimo, evviva! Ecco però
    se io non sono giornalista magari non è il caso che intraprenda questa strada.
    Così come se non so tenere in mano una forbice è meglio non mi concentri sui lavoretti,
    etc. etc. etc.

    Ripeto, magari è mancato il tempo e certamente questa discussione ha sollevato
    aspetti che sarebbe stato interessante porre direttamente a lei. O magari effettivamente
    nei suoi libri ci sono più “risposte”. Li chiederò in prestito a ITmom ;)

    E per finire, Jolanda, è giusto tornare a casa dell’ospite. Vengo a leggerti.

  20. Alessia Says:

    mi sono riletta d’un fiato tutti i commenti (e anche il post di Jolanda) e sono usciti tanti spunti utilissimi, per la mia visione sono assolutamente in linea con Mammafelice (e non è una novità ;) ) e con La meringa, e ribadisco che le premsse per andare avanti noi, senza scimmiottare l’America ci sono tutte, facciamolo!
    Io avevo creato anche un gruppo su FB proprio per le blogger professionali perchè l’argomento mi interessa moltissimo, se volete partecipare lo trovate come “IT PRO women bloggers” e l’idea iniziale era di creare un “ning” tutto per parlare di queste cose, che dite, sarebbe utile?

  21. bstevens Says:

    che begli spunti… mumble… ci ragiono anche io dall’altra sera!

  22. piattinicinesi Says:

    smamma, se la domanda è come hanno fatto a farne un lavoro credo che questa domanda possiamo rivolgerla alle nostre blogger. le bloggermoms americane hanno siti pieni di gadget e banner e uno stile un po’ diverso dal nostro (e anche fondi per finanziare progetti così diversi dai nostri). stare sul web oggi è un’opportunità perché di bypassano tutte quelle meccaniche di nepotismo e agganci (oltre che di difficoltà contrattuale) che ostacolano la giusta voglia di lavorare e affermarsi di molte di noi. nel farlo viene fuori quello che siamo, in cosa siamo competenti, non basta aprire un blog per avere un buon curriculum, competenze e capacità, ma l’esperienza di stare in rete da ora in poi costituirà parte del curriculum di molte professioni.
    credo che le competenze delle persone coinvolte in questa discussione potrebbero essere utili in altre circostanze. in genere partecipo anche di persona a questi incontri, stavolta davvero non mi era possibile, ma discussioni così aperte credo siano ricche di spunti per tutti, quindi mi auguro che ce ne siano altre.

  23. Chiara Says:

    Dal poco che ho visto finora (mi sono accostata al tema solo da poco), il rapporto (mamma)blogger-azienda può prendere forme molto diverse. Una cosa, ad esempio, è mettere un banner sul blog dietro pagamento, un’altra è la richiesta di postare commenti (positivi) su un prodotto dato in omaggio, un’altra è chiedere un feedback su un nuovo sito, un’altra ancora è aderire a un’iniziativa come quella della Huggies, che prevede una forma di partecipazione ancora più light e non così direttamente legata al prodotto per dare un’idea di partecipazione corale e magari trovare qualche spunto creativo. E’ difficile dare un’opinione monolitica su questo tema e sulle infinite forme che può assumere. Il web è un terreno in cui è possibile mettere rapidamente in relazione gli interessi (non necessariamente economici) delle diverse parti interessate (i famosi stakeholders dei manuali di progettazione). Gli interessi del/la blogger non sono standard, così come non lo sono le motivazioni che spingono ciascuno a aprire e mantenere un blog. Sostenere che un blog per definizione deve essere un esempio di scrittura spontanea, ad esempio, mi pare improprio. Può essere così (ad esempio per me lo è), ma può anche essere altro: un esperimento letterario, uno strumento di promozione di un prodotto o di un’attività, un contenitore di informazioni, un biglietto da visita (sociale o lavorativo) di chi lo scrive. In fondo il blog è solo uno strumento e come tale dovrebbe essere neutro. Dirò una banalità, ma ciascuno fa le proprie valutazione su che uso farne, su quali proposte accettare e a quali iniziative aderire. Esattamente come si fa ogni giorno nel “mondo reale”. Credo che tutti/e le blogger siano persone adulte e responsabili delle proprie azioni, desiderose di confrontarsi ma molto meno di ricevere prediche e consigli non richiesti.

  24. M di MS Says:

    Sono entusiasta dei toni e dei contebuti che stanno venendo fuori qui e da Jolanda. Bello!

  25. smamma Says:

    @Alessia, grazie per la segnalazione. Credo iniziative di questo tipo possano essere utili a chi è interessata a questo argomento. Che non è certo l’unica possibilità o l’unica via ma, certo, è una via possibile.

  26. smamma Says:

    Colgo il commento di MdS per cercare di rispondere a tutte.

    Sono davvero contenta che il mio post abbia scatenato tutti questi spunti e queste riflessioni.
    L’intento era proprio un po’ quello: andare oltre il dibattito sulla pubblicità e confrontarsi su “questo” mondo, sulle sue potenzialità e sul futuro.

    Perché come dice Piattini, che ringrazio per la sua lucidità, anch’io credo che molte mamme blogger italiane, e molte che qui hanno avuto la gentilezza di lasciare il loro contributo, hanno trovato un modo per farne un lavoro, o quantomeno una fonte di guadagno.

    Cercare di portare la discussione su questo mi sembrava più rilevante che focalizzarsi esclusivamente sul buzz marketing che è solo una delle modalità della pubblicità possibili.
    E, anche se è indubbiamente significativa, non è nemmeno l’unico modo per guadagnare qualcosa.

    Sempre posto che una sia interessata a quello. E sempre posto che certe cose non si improvvisano ma si coltivano con cura, competenza, costanza, duro lavoro.

    Credo che se sei una mamma blogger “navigata” inevitabilmente verrai in contatto con mamme meno esperte delle dinamiche di questo mondo. E sicuramente se sei una mamma blogger con una certa autorevolezza “comunichi” necessariamente qualcosa a chi ti segue o semplicemente entra in contatto con te.

    Mi pare che tutte abbiano avuto gli elementi per crearsi una propria opinione sul buzz marketing.
    Credo sarebbe interessante condividere anche delle esperienze e degli strumenti che possano essere d’aiuto a chi lo desidera. Io parlo di Rete, che è il mondo che conosco, ma ovviamente non è l’unico da esplorare. E come hanno giustamente sottolineato Jolanda e MammaFelice qui http://jolanda.filastrocche.it/2010/04/di-mamme-blog-marketing-e-liberta-di-scegliere/ la Rete ha molte sfumature e permette di cogliere infinite possibilità e tutte noi ne siamo la dimostrazione.

    Da parte mia mi impegnerò per prima a trattare dei temi che conosco sperando di offrire ulteriori spunti interessanti e strumenti concreti per chi voglia approfondire l’argomento. E non perché io sia depositaria di chissà quali informazioni ma semplicemente perché mi sono resa conto che non tutte le mamme blogger leggono i siti nerd. E non mi riferisco certo alle persone che qui hanno commentato che anzi potrebbero sicuramente, come hanno già dimostrato qui e altrove, portare contributi fondamentali.

    Insomma, il senso è: Jolanda richiama la Bailey tra qualche mese che le spieghiamo noi come si fa ;)

  27. Unamammabis Says:

    Complimenti per il post che fotografa in pieno l’intervento della Bailey al MomMixer. Io concordo su tutto quello che si è detto finora ma mi rimane un dubbio di fondo… Anche se certamente siamo indietro di 2/3 anni, chi lo dice che poi si arriverà allo scenario auspicato dalla Bailey? Ritengo difatti che viviamo ancora in una realtà italiana un pò troppo provinciale e maschilista…Boh, forse sono solo un pò pessimista…!?! Ciaooo

  28. valewanda Says:

    Ringrazio Jolanda per aver segnalato questo bel post, ricco di spunti. La mia posizione è in continua evoluzione, e piu’ volte ho carcato di dire la mia quando veniva fuori l’argomento. Però su un punto è chiara: veramente non capisco chi si accalora quando una mamma blogger accetta dei prodotti da un’azienda e fa un commento, positivo se le piacciono, ma anche negativo se non le piacciono. Dove sta la fregatura? Siamo libere di scegliere no? Non è un inganno, ci guadagnamo tutti: la società ha un riscontro da un consumatore, il consumatore ha un prodotti gratis. Sinceramente non vedo dove sta il problema. Altro è pensare che da una richiesta di un’azienda possa venirne fuori un lavoro, ma chi oggi giorno, in cui nessuno ti regala niente, puo’ pensare che ti regalino in lavoro? Per quel che mi riguarda mi sento libera di accettare o meno se la cosa mi diverte o mi va, senza altre aspettative. Ciao, Valentina

  29. Giulia Says:

    Grazie a tutte per questi interessantissimi commenti. Ho aperto il blog per gioco, ma poiché mangiucchio marketing da un po’ ovviamente qualche secondo fine ce l’avevo. Non so cosa ne verrà fuori, ma vi ringrazio davvero perché dalle vostre parole ho preso ispirazione e saggezza.
    Baci a tutte e ai vostri bimbi!

5 Trackbacks per questo post

  1. MomMixer: evento ben riuscito e da ripetere! » Il Blog di FattoreMamma Says:

    [...] storia, il suo percorso e l’evoloversi del fenomeno del mommyblogging oltreoceano. Vi rimando al post di Smamma per capire come si è svolta la serata, cosa ci siamo raccontate e quale potrà essere lo scenario [...]

  2. Go Mamma! » Blog Archive » Mamme blogger: una professione? Says:

    [...] al Mom Mixer, l’evento organizzato nei giorni scorsi a Milano da Fattore Mamma. In questo post, Smamma riassume in modo molto chiaro ed efficace l’intervento della [...]

  3. Di Mamme, Blog, Marketing e libertà di scegliere | Il blog di Jolanda Says:

    [...] bel post di Smamma sul MomMixer di lunedì sera tocca un argomento che è, evidentemente, un nervo un po’ [...]

  4. Il sigillo delle TwitterMoms | SMamma Says:

    [...] è tanto parlato su questo blog di buzz marketing rivolto alle mamme senza che fosse davvero possibile cogliere delle differenze sostanziali sull’approccio [...]

  5. Blog e pubblicità « Mommit Says:

    [...] alcune di noi (me compresa) il blog sia diventato un lavoro. Cito una frase da un vecchio post di Smamma: E se una mamma cerca di trasformare il suo blog in un business lo fa per un solo motivo: crearsi [...]

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