Da quando è uscita la notizia che la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha giudicato irrispettoso il crocefisso nelle aule, è scoppiata una bagarre.
Ho seguito dapprima con interesse e poi con stupore i commenti dei politici e delle autorità.
Ho visto il dibattito crescere e farsi acceso, come è accaduto qui.
Ho apprezzato, come tanti, lo sguardo lucido di Marco Travaglio che, come spesso accade, sa elevare la nostra visione delle cose.
Mi ha convinto una citazione letta su Facebook (@Mafe) sebbene fosse l’opinione di un prete:”Il Crocifisso è il simbolo della fede. Non è un simbolo culturale o un collante di identità etniche e nazionali. Ridurlo a questo vuol dire depauperarlo, svuotarlo, impoverirlo di significato; ed è quello che è esattamente avvenuto: abbiamo aule scolastiche e aule di tribunali piene di crocifissi appesi al muro e vuote di cristiani, veri ed autentici…”
Ora apprendo che, a dispetto della sentenza, secondo il premier “Il crocefisso resterà nelle aule“. Con gran compiacimento della CEI. C’è da scommettere che ci sarà ancora molto da dire a riguardo.
Personalmente, vorrei che la scuola pubblica fosse laica, così come dovrebbe esserlo l’Italia, almeno secondo la Costituzione. Più ancora, vorrei che la scuola pubblica fosse e già sarebbe un bel passo avanti.
Perché, come altri più autorevoli di me hanno osservato, se l’ingerenza della Chiesa nel nostro Paese si limitasse al crocefisso nelle aule, ci saremmo già scrollati di dosso i temi cruciali che l’etica contemporanea ci pone. Se poi invece di pensare a un referendum, investissimo nella scuola, potremmo garantire un’istruzione degna di questo nome ai nostri figli.
Educare alla laicità non è semplice, non in questo Paese di borghesi piccoli piccoli che alla coerenza preferiscono l’apparenza. Spesso mi chiedo se ne sarò in grado.
E come tutti quelli che hanno commentato questo tema in questi giorni, anch’io mi sono ritrovata a pensare alla mia esperienza, agli anni Settanta con crocefisso e ora di religione non facoltativa. E questo pensiero mi confonde ancora di più.
Perché la mia maestra di religione alle elementari non era una persona qualunque. Si chiama Gemma ed era la moglie del Commissario Calabresi. Sì, quel Calabresi. E io, sinceramente, non posso che ringraziarla per l’esempio di integrità, coerenza e compostezza che ha dato a tutti noi in questi anni di tormentata vicenda. E son quasi quaranta.
Perché, lasciate perdere il “caso”, e provate a immaginare una vedova, con tre figli che sta lì seduta a parlare di pace e amore. E lo giuro, lo faceva, tutte le settimane. Anche se a marzo era più triste, specie con noi, classe ’72.
Una cosa mi consola in tutto questo: con le riduzioni della Gelmini certo le persone come lei le han tagliate. Ammesso che ce ne siano ancora in questo paese di nani e ballerine.





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