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Lavorare - Dec 18, 2008

E’ ufficiale: lavorare stanca soprattutto le donne

E’ ufficiale: lavorare stanca soprattutto le donne

Un articolo di Repubblica ci guida attraverso numeri e statistiche per illustrarci come l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa. Ci si sente più stanche solo a leggerlo…

(…) fra lavoro a casa e in ufficio, le donne iniziano prima, finiscono dopo, dormono meno degli uomini e delle altre europee, hanno meno tempo libero. Si sudano la giornata sette giorni su sette, senza staccare mai, neanche al weekend. Nessuna di loro, quanto torna dall’ufficio, si sbatte in poltrona, senza più muovere un dito. Mentre così fa un italiano (maschio) ogni tre.

Questi confortanti dati sono certificati dall’Istat, che li ha racchiusi in un volume intitolato Conciliare lavoro e famiglia. L’indagine ha evidenziato come il problema del superlavoro femminile non sia solo italiano e come negli ultimi anni non ci siano state controtendenze significative. Eppure in Italia va comunque peggio.

La situazione della donna nella società, in ufficio, a casa, risulta peggiore in Italia, anche rispetto ad altri paesi maschilisti e mediterranei, come Spagna e Grecia. L’Istat ha provato a misurare le differenze rispetto all’Italia di 15-20 anni fa, ma sono minime. E la politica accompagna, in piena sintonia, questo guardare indietro: l’Italia è all’ultimo posto, in Europa, anche nei pacchetti di aiuti per i figli, sia in termini di denaro che di servizi offerti, dall’asilo nido al tempo pieno a scuola.

Il primo risultato è che nel nostro paese sono meno le donne che riescono effettivamente a conciliare famiglia e lavoro fuori casa e risultano quindi “inattive”. In Europa il dato è il 30 per cento; in Italia il 50. Secondo la Banca d’Italia se queste donne avessero un impiego fuori casa il prodotto interno lordo salirebbe di oltre il 17 per cento annuo (!).

Il secondo ha a che fare con un tasso di natalità sempre in diminuzione a causa del livello di stress legato all’avere (e gestire) figli). E di chi è la “colpa” di questa situazione?

Anzitutto alla politica. Avere figli molto piccoli e riuscire a mantenere una busta paga è un pesante gioco di prestigio. Solo il 6 per cento dei bambini italiani sotto i 2 anni ha un posto (gratis) in un asilo nido pubblico, per nove ore al giorno. In Belgio siamo al 30 per cento, in Francia al 40, in Portogallo al 12 per cento.

E’ un panorama, comunque, diseguale: le mamme inglesi ed olandesi stanno peggio delle nostre, in Germania poco meglio. L’Italia non brilla, tuttavia, neanche per la qualità degli asili nido: nell’apposita classifica siamo al decimo posto su 15. In Danimarca, ad esempio, c’è un insegnante ogni tre bambini, da noi ogni sei. La situazione migliora per i bambini più grandicelli: l’87 per cento degli italiani fra i 3 e i 6 anni ha un posto in una scuola materna pubblica, una percentuale in linea con la Francia e migliore di molti altri paesi.

Il dato della disponibilità di posti negli asili nido (e l’autore fa bene a sottolineare gratuiti) per i bambini sotto i due anni è terrificante anche se forse dovremmo sentirci confortate dal fatto che c’è chi sta peggio di noi. Per non dire del punteggio legato alla qualità. Per fortuna, passati tre anni in balia di nonni, tate, strutture private e cugine/nipoti post adolescenti che, bontà loro, hanno del tempo libero, l’accesso alla scuola materna dovrebbe aprire un percorso fulgido e lineare verso i più alti livelli d’istruzione. Non è così.

Il problema torna a porsi, infatti, alla scuola elementare (ops primaria) dove il tempo pieno è fondamentalmente presente solo nelle grandi città e dove riesce a coprire appena il 50 per cento degli scolari.

In questo quadro così sconfortante, impossibile non soffermarsi sui dati legati al “contributo maschile”:

Se si guarda alle coppie con figli sotto i 6 anni, si vede che, in media, fra casa e ufficio, mamma lavora 9 ore al giorno. Papà, otto. La differenza è tutta nel lavoro familiare. Il 30 per cento degli italiani (maschi) a casa non fa neanche un minuto di lavoro per la famiglia: solo l’8 per cento dei padri svedesi e il 19 per cento di quelli francesi non vede motivo per rendersi utile.

Ma un barlume di speranza c’è, sottolinea l’Istat: se papà è laureato e la mamma pure il contributo è più sostanzioso, soprattutto nell’accudimento dei figli. Segnali importanti ma per il momento limitati alle fasce più alte d’istruzione. Come osserva Maurizio Ricci concludendo l’articolo

Forse, il problema è la riforma della scuola.

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